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Django il bastardo (Sergio Garrone, 1969)

02.08.10 | Comment?
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Il crossover western-horror non è poi così diffuso come si potrebbe credere e a conti fatti le pellicole che possono rientrare completamente nella tipologia si possono contare con le dita di una mano. Questo film di Sergio Garrone, datato 1969, merita di far parte di questa strana e così elitaria categoria. Django all’epoca era un personaggio molto amato, soprattutto nella rappresentazione di Franco Nero, nel capostipite firmato da Sergio Corbucci, ed era già abbastanza riconosciuta la sua figura sinistra e defilata, che aggiungeva sempre un minimo di inquietudine. Con questo film di Garrone, il personaggio compie un evidente evoluzione e passa da un profilo maledetto e solitario ad un altro che sfocia inequivocabilmente nell’horror e nel soprannaturale.

Una nuova strana figura si aggira per la cara e vecchia town del west. E’ avvolta da un poncho più nero della notte e con un cappello calato sulla fronte quasi a coprire gli occhi e porta con se una croce di legno con il nome di chi sta per morire. Quello che fa di Django il bastardo una figura dell’aldilà è il suo apparire e scomparire in un attimo, il modo in cui trascina le proprie vittime in una dimensione impalpabile ed onirica. Garrone scende a patti con la sceneggiatura, lasciando volutamente nel dubbio lo spettatore. Django in apparenza sanguina come tutti noi, eppure scompare nel nulla al primo battito di ciglia. Da qui la scelta registica di calare la messa in scena in una sinistra revisione gotica del vecchio west: ambientazione quasi sempre notturna, taglio delle inquadrature eccentrico ed avventuroso, uso delle luci e delle ombre in senso espressionista, scenografie desolate e abbandonate.

A rappresentare questo Django ultraterreno un Anthony Steffen (nome d’arte di Antonio De Teffè), freddissimo e glaciale, tornato dall’oltretomba per vendicare la propria stessa morte ai danni del ricco ex generale Rod Murdock (Paolo Gozlino), che durante la guerra di secessione aveva tradito Django e gli altri commilitoni vendendoli alle truppe nordiste. Uno che non si fa scrupoli a comprare una moglie, la bella Rada Rassimov, al proprio fratello più piccolo, un Luciano Rossi in evidente stato di squilibrio mentale, oltre che carta vincente nella rappresentazione horror del film, giacché con il suo taglio biondo, il volto pallido e gli occhi spiritati sembra la rappresentazione ante litteram del vampiro chic di Anne Rice.

Tutto questo fa di Django il bastardo un piccolo cult movie, nonché uno degli spaghetti western più originali di sempre e secondo molti sarebbe anche il modello originario su cui si basò Clint Eastwood per il suo Lo Straniero Senza Nome.

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