Il piccolo Travis è un bimbo di otto anni che, insieme alla madre e al padre, viene sorvegliato a vista dall’FBI perché è l’unico testimone di un non meglio precisato crimine. Purtroppo per tutti, arrivano Cohen e Tate, due killer assoldati per rapire il bambino e portarlo a Houston, dove gli devono essere fatte alcune domande su ciò che ha visto.
Come parafrasi del plot, possiamo anche fermarci qui, perché la storia ha davvero poca importanza. Quello che conta sono i processi psicologici che si verranno a creare all’interno dell’abitacolo dove Cohen, Tate e Travis coesisteranno per poche ore. Questo piccolo e dimenticato thriller è il primo film diretto da quel genio matto di Eric Red, già autore di sceneggiature in odore di culto, come The Hitcher e Near Dark (Il Buio si avvicina). Personaggio davvero sui generis che meriterebbe di essere discusso a prescindere dai suoi film, anche se purtroppo la vita stessa ha voluto giocare con le strade e le macchine così abituali nelle sue storylines.
Il nostro Eric, infatti, qualche anno fa è stato il protagonista di un bruttissimo incidente d’auto, al punto da sfondare (non si sa quanto volontariamente…) con la propria jeep la vetrina di un bar, uccidendo due persone e cercando poi di tagliarsi subito dopo la gola con i cocci affilati di una bottiglia rotta. Tutta la vicenda ha avuto poi un lunghissimo excursus processuale. Sono così iniziate le speculazioni sul contenuto dei suoi film (tutti più o meno road movie da incubo con scontri ed esplosioni di macchine), sul fatto che suo padre era morto per un incidente d’auto quando lui era adolescente e ancora la moglie che decide di lasciarlo perché spaventata dalla sua fascinazione per la morte e il suicidio fino alle duplice bancarotta dichiarata in seguito alle spese processuali, da cui ne uscirà prosciolto perché pare avesse avuto un raro caso di sincope mentre era alla guida.
Tutto questo contestualizza in parte, con il senno di poi, la vicenda di Cohen and Tate, come recita lapidariamente il titolo originale. Cohen è un vecchio killer, ormai stanco e disilluso, che vorrebbe andare in pensione e chiuderla con quella vita. Tate, di contro, è giovane ed esagitato, pieno di energia ma psicologicamente molto labile, al punto da provare gusto e piacere per gli omicidi che compie. I due si mettono subito l’uno contro l’altro. E’ il classico caso di caratteri opposti, costretti per forze di causa maggiore, a condividere una missione. Il film quindi vive dentro questa macchina ed è fatto tutto di sguardi, frasi dette e non dette, sospetti e intenzioni mal celate. Due opposti che si respingono e che vengono fatti detonare dal jolly, ovvero il piccolo Travis, che tutto è tranne che è un pargoletto innocente, anzi. Capisce subito com’è la situazione. Sa quali tasti deve premere per far mandare in corto circuito i due killer che lo hanno requisito e giocherà con loro una partita a scacchi tutta psicologica.
Ad Eric Red non interessa null’altro se non la macchina e il comportamento dei tre e nonostante la patina grezza e povera dell’operazione, il giovane autore tradisce ambizioni alte, quasi hitchcockiane, inserendo qua e la anche trovate originali, come l’apparecchio per l’udito di Cohen oppure la mappa che non si trova. Ma un film con una impostazione così teatrale sarebbe stata poca cosa senza l’intervento adeguato degli attori e qui abbiamo una coppia di tutto rispetto, nella fattispecie un superlativo Roy Scheider e un concitato Adam Baldwin, così come molto bravo si rivela il ragazzino che interpreta Travis, il piccolo Harley Cross. Un B-thriller cazzutissimo e senza una virgola fuori posto, che non gode nemmeno di un’edizione dvd ed è stato dimenticato ingiustamente. Ce n’è abbastanza per gridare vendetta al cielo.



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